Lo chiamano oro bianco. Non perché il litio sia una risorsa scarsa, tutt’altro. Ma per le difficoltà di estrazione, a cui si accompagnano problemi di natura ambientale, oltre che di tipo economico e sociale.
Problemi a cui si aggiunge lo smaltimento complicato delle batterie. Il recupero del litio risulta particolarmente dispendioso. Il che rende preziosa qualsiasi soluzione che permetta di aumentare le possibilità di riciclo.
Uno studio recente, ad esempio, promette di passare dall’attuale 5% – con grande spreco di energia e utilizzo di acidi molto aggressivi – all’87%, in tempi estremamente ridotti, grazie alle microonde. Sarebbe un importante salto di qualità.
Le batterie al litio sono il presente e il futuro, visto che l’economia occidentale si sta orientando verso la mobilità elettrica. Si parla di una richiesta di litio che potrebbe aumentare di sei volte da qui al 2035.
Oggi il 90% della produzione mondiale di litio è in mano ad Australia, Cile e Cina. Ma il 65% delle riserve mondiali è in Sudamerica, e in molti Paesi dell’Africa è in atto una corsa all’oro bianco che porta con sé sfruttamento (delle risorse e degli esseri umani), corruzione, conflitti bellici, violazioni di diritti.
Ong come Global Witness hanno segnalato vari abusi, anche situazioni di lavoratori costretti in condizioni di apartheid, invitando i paesi più sviluppati a prendersi le proprie responsabilità. La ricchezza generata dal litio infatti non sembra avere ricadute positive nei luoghi in cui vengono scoperti i giacimenti, come accade spesso quando si tratta di risorse preziose prelevate (depredate) per essere utilizzate altrove.
C’è poi la questione ambientale, legata soprattutto all’estrazione del litio nelle riserve saline sotterranee, in particolare in paesi come Cile, Bolivia e Argentina. Ci vogliono duemila litri d’acqua per ottenere un chilo di litio (nelle batterie di una Tesla, tanto per dire, ce ne sono dodici chili). Ancora più energivora è l’estrazione del litio dalle miniere, che generalmente sono a cielo aperto: qui si parla di 10-12 chili di anidride carbonica emessi per un chilo di idrossido di litio.
Resta il fatto che non esistono strumenti per l’accumulo di energia più potenti delle batterie agli ioni di litio. Per le prestazioni e anche per la possibilità di ottenere prodotti compatti. Motivo per cui le troviamo sia in apparecchiature di piccole dimensioni, come i tablet e gli smartphone, sia in macchinari industriali a propulsione elettrica. Si parla di batterie di lunga durata (3000 chili di ricarica), con elevata densità di energia, bassi valori di autoscarica, e la possibilità di essere ricaricate in qualsiasi momento.
La questione del riciclo, poco redditizio, ha spinto molti ricercatori a cercare alternative. L’anno scorso si è parlato molto di un metodo sviluppato dal Karlsruhe Institute of Technology, che sembrava promettere il recupero del 70% del lito negli accumulatori esausti, utilizzando dei processi di tipo meccanochimico. Uno studio pubblicato anche su Nature.
Recentemente invece è emersa una proposta sviluppato da due ricercatrici, Salma Alhashim e Sohini Bhattacharyya, utilizzando le microonde. Uno studio pubblicato da Advanced Functional Materials entra nei dettagli di questo procedimento, che punta sull’estrazione del litio dalle batterie in modo selettivo, separandolo dagli altri metalli con un solvente, e bombardandolo con radiazioni microonde. Ci sono voluti 15 minuti – contro le 12 ore del procedimento consueto – per estrarre l’87% del litio dalla batteria esausta. Un metodo rapido e anche meno rischioso per l’ambiente.
Certo, un conto sono i risultati ottenuti in un laboratorio di ricerca, un altro le applicazioni pratiche. Ma la strada sembra quella giusta.


